Visualizzazione post con etichetta rivoluzione araba. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta rivoluzione araba. Mostra tutti i post

CONTRO LA GUERRA AI FRATELLI MIGRANTI

Dopo la reazione isterica di qualche sindaco, ecco ora il radar a Capo Sperone per respingerli meglio

A pochi giorni dopo la ridicola isteria dei sindaci sardi anti-tunisini, ecco ora una manna dal cielo per tutti coloro che vogliono fare della Sardegna una terra di rifiuto e al tempo stesso di occupazione militare. È praticamente questo il futuro che il governo Berlusconi e la giunta Cappellacci disegna per la nostra isola.

QUANDO IL RAZZISMO È DI CASA IN SARDEGNA

Quando lo status e la provenienza sono una scusa per manifestare un razzismo ormai interiorizzato.

Leggere le cronache locali circa sindaci e cittadini vogliosi di apparire sui giornali sul piede di guerra contro le “orde” tunisine è veramente qualcosa che dovrebbe fare riflettere. I commenti che dimostrano l’amnesia più totale dei diversi motivi che spingono i popoli, come il nostro, ad emigrare in massa, devono essere respinti con forza se non vogliamo fare della nostra terra di migranti una culla del razzismo e dell’intolleranza.

RIVOLUZIONE IN YEMEN E FINE DEL REGIME

Un popolo stremato dalle politiche capitaliste, una rivoluzione che non vuole solo cambiamenti di facciata.

In questi di giorni di guerra alla Libia è opportuno chiederci come mai non venga applicata la stessa morale umanitaria nei confronti del popolo dello Yemen, in seguito alle sollevazioni represse nel sangue dal regime? Prima di rispondere a questa domanda è opportuno capire perché si protesta.
Per i 23 milioni di abitanti questo paese situato a sud della penisola arabica la situazione non è più tollerabile.

CONTRO LA GUERRA, CON LA RIVOLUZIONE ARABA

Perché è importante unire le due parole d’ordine nelle manifestazioni contro la guerra imperialista in Libia

Una settimana di bombardamenti da parte delle potenze imperialiste dovrebbero già bastare per capire la reale natura di questo intervento: porre un argine alla rivoluzione che dai primi di gennaio vede protagonisti milioni di lavoratori e giovani dell’intero mondo arabo. Per questo riteniamo che manifestare semplicemente contro la guerra senza sostenere la rivoluzione sia un profondo errore per la sinistra.

LIBIA: TRA RIVOLUZIONE E ASSENZA DI DIREZIONE

Perché si è passati dai comitati rivoluzionari e le fraternizzazioni con l’esercito alla richiesta di aiuto esterno?

Come è possibile che la rivoluzione libica contro Gheddafi non abbia avuto gli stessi esiti di quella tunisina o egiziana? La conquista di grandi aree del Paese con estrema velocità, ha indicato l’odio massiccio nei confronti della dittatura nonostante chi dalle nostre parti giudichi un evento in base al Pil procapite (facendo un rozzo determinismo economico contrario al marxismo) o alle bandiere tricolori sventolate dagli insorti (scadendo in un formalismo che li bolla come “monarchici”).

LIBIA: ALCUNI APPUNTI DOPO I PRIMI ATTACCHI

Le frizioni nella coalizione, il ruolo dei governi arabi procapitalisti, le contrarietà di facciata di Cina e Russia.

Da qualche giorno Tripoli e le altre principali città della Libia sono sottoposte a bombardamenti da parte dell’aviazione e della marina francese, britannica e americana, con l’aiuto dell’Italia. Se, come da recenti sondaggi, assistiamo a una spaccatura nell’opinione pubblica italiana – con un lieve vantaggio dei contrari all’intervento nonostante il fatto che tutti i partiti parlamentari siano favorevoli – altresì vediamo che i problemi derivanti dalla crisi libica si manifestano a livello internazionale in termini geo/politici, economici, militari.

UN INTERVENTO PER FERMARE LA RIVOLUZIONE

Lottiamo contro l’aggressione imperialista alla Libia e contro Gheddafi, rivoluzione araba fino alla vittoria!

Giovedì 17 marzo è stata approvata dall’Onu la risoluzione 1973 che prevede la cosiddetta no-fly zone (leggasi l’uso della forza) con dieci voti a favore e cinque astenuti (Russia, Cina, Brasile, India e Germania). Venerdì 18 Gheddafi annuncia un cessate il fuoco unilaterale. Sabato 19 marzo alle 17:45 sono iniziati i raid aerei made in France. In poche ore la situazione è quindi degenerata nell’ennesima missione militare imperialista.

DOPO BEN ALI, LA LOTTA CONTINUA IN TUNISIA

Il popolo tunisino è sempre più deciso ad abbattere il vecchio sistema, iniziando dal governo Gannouchi.

Quanto accade in Tunisia, oscurato dai fatti libici che coprono buona parte del flusso informativo dal nord Africa, ci mostra un movimento che con determinazione non si accontenta di aver buttato giù Ben Ali, ma continua a lottare per trasformare la società. Tutto ciò ha una sua logica visto che il clan familiare del dittatore ha controllato tutti gli aspetti della vita tunisina, e in particolar modo quasi tutta l’economia.

QUANDO L’ANTIMPERIALISMO NON È DI CLASSE

Il supporto a regimi ostili ai lavoratori, le origini staliniste di questa politica, l’assenza della V internazionale.

Alcuni a sinistra, facilitati anche dalle riflessioni di Fidel Castro che glissano sulle malefatte di Gheddafi e sulla sua apertura alle multinazionali (che ritrovi analizzata nei nostri ultimi due pezzi), vedono nel medio oriente rivoluzioni colorate fomentate e foraggiate dagli Usa. Un ostacolo, in quanto dirette contro regimi,  come quello libico e iraniano, definiti antimperialisti.

PADRONI DI LIBIA E ITALIA: PARTNERS IN CRIME

La rivoluzione in Libia e le possibili ripercussioni in Italia, la necessità di una sinistra autonoma dai padroni.

Il dibattito sulla Libia mostra la natura rivoltante dei protagonisti della politica italiota. Se da una parte abbiamo Berlusconi il clown e il suo tele spalla Frattini con le loro posizioni ambigue, dall’altra abbiamo un Partito democratico che rivendica apertamente un ruolo attivo volto a difendere gli “interessi della nazione” insieme a un atteggiamento paternalistico in quanto la Libia “era una nostra colonia”. Di più, dicendo agli avversari: “ma come, in Iraq si poteva intervenire per buttare giù Saddam e qui no?”.

MUAMMAR GHEDDAFI: IL PROSSIMO A CADERE?

Anche la Libia nel turbine rivoluzionario. La rivoluzione araba non conosce i confini e ci mostra la strada.

Le proteste scoppiate nelle principali città libiche (con gli stessi slogan antiregime scanditi in Egitto e Tunisia, con la distruzione delle piste degli aeroporti per fermare l’invio di ulteriori truppe, con la liberazione dei prigionieri catturati) stanno a dimostrare che la rivoluzione araba non conosce frontiere.

“SOCIALISMO” NASSERIANO E PANARABISMO

Luci (poche) e ombre (molte) sull’esperienza antimperialista e sul tentativo di unificare la nazione araba.

La storia contemporanea ci presenta un’altra rivoluzione in Egitto: quella che, condotta dal gruppo degli “Ufficiali liberi” del colonnello Gamal Abd el-Nasser nel 1952, ha rovesciato la monarchia corrotta di re Farouk. L’esperienza nasseriana ci è utile oggi per comprendere quale socialismo difendiamo e auspichiamo per i popoli arabi in lotta contro i “loro” regimi.

L’EGITTO OGGI E LA RIVOLUZIONE DEI GAROFANI

Analogie e differenze tra la rivoluzione portoghese e quella egiziana nei rapporti tra esercito e popoli in lotta.

Le forze armate in una rivoluzione possono rappresentare un aspetto centrale e quello che abbiamo visto in Tunisia e in Egitto con le fraternizzazioni tra le masse e gli eserciti ne da un’ulteriore conferma. Questi, anche se con notevoli differenze da paese a paese, sono infatti uno specchio della società e ne riflettono le contraddizioni.

L’EGITTO, CHIAVE DELLA RIVOLUZIONE ARABA

Cinque anni fa l’inizio delle lotte operaie, ora la rivoluzione tunisina riaccende le fiamme nella terra del Nilo.

Come titolavano alcuni importanti giornali dell’area euromediterranea, la rivoluzione in Tunisia avrebbe potuto scatenare un effetto domino in tutto il nord Africa. Così quell’Egitto che già qualche anno fa aveva innescato le lotte sociali, oggi, sulla scia dei fatti tunisini, vede un movimento di massa di lavoratori e giovani che chiedono senza mezze misure la fine del regime di Mubarak.

ALGERIA, MAROCCO E LA PRIMAVERA TUNISINA

Solo “poche” bracciate a nuoto sotto la nostra isola divampa l’incendio della guerra di classe degli oppressi.

Il carovita in Algeria sta provocando delle forti reazioni da parte dei lavoratori e dei giovani (il 75% della popolazione sotto i 30 anni è senza lavoro). A subire l’impennata dei prezzi i beni di largo consumo: olio e zucchero sono aumentati nell'ultima settimana di oltre il 20%. Così la paura per la possibile mancanza di pane e altri generi alimentari è sfociata in diverse manifestazioni che hanno interessato le principali città del paese. L’annullamento delle principali manifestazioni sportive e le moschee presidiate dalle forze dell’ordine la dicono lunga sulla radicalità della protesta dei giovani algerini.