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SOTTOSCRIVI L'APPELLO IN SOSTEGNO DELLE MOBILITAZIONI DELLA FIOM

Dopo Pomigliano anche Mirafiori non si piega. Per lo sciopero generale e l'unità dei movimenti.

Hanno poco da festeggiare Marchionne e il padronato dopo l'esito del referendum a Mirafiori. Volevano il plebiscito ma hanno ricevuto un rifiuto maggioritario degli operai, gli unici che di quell’accordo pagheranno le conseguenze. Il referendum passa solo per il voto degli impiegati e dei capi, che non vengono toccati dai disumani aumenti dei carichi di lavoro. Nonostante le pressioni e le minacce hanno ottenuto una vittoria di Pirro come a Pomigliano.

CONTRO LE PIAZZE SEPARATE NEGLI SCIOPERI!

A Cagliari, in occasione dello sciopero della Fiom del 28 gennaio, si consuma una frattura del tutto evitabile.

Quando le discussioni tra burocrazie prevalgono sui valori dell’unità tra il sindacalismo combattivo gli esiti raramente possono essere diversi da quelli che oggi abbiamo sotto gli occhi. Cagliari vedrà così due “28 gennaio”: il corteo organizzato dalla Fiom Cgil partirà da piazza Garibaldi per concludersi in piazza del Carmine, mentre quello dei sindacati di base e nazionalitari partirà da piazza Giovanni XXIII con piazza Costituzione come meta finale.

I LOSCHI PROPOSITI DI EMMA MARCEGAGLIA

Dopo il rifiuto di sostituire Scajola, l’indicazione di Tremonti, Federmeccanica e la “riforma” di Confindustria.

«Nelle prossime settimane occorre verificare se questo governo e’ in grado di andare avanti e fare le riforme, altrimenti bisogna fare altre scelte. Un nuovo premier deve avere la maggioranza parlamentare ed essere indicato, e io sono d’accordo, dagli elettori. Se ci saranno le condizioni perché Tremonti abbia queste caratteristiche, perché  no?»

CHE VUOL FARE LA SINISTRA DOPO MIRAFIORI?

Vendola, Ferrero, Diliberto, Bertinotti, tutti hanno detto la loro. Rimane da capire che cosa vogliono fare.

Non ci si può certo meravigliare delle vergognose parole di Fassino (l’ultimo segretario dei Ds e aspirante sindaco di Torino), di Chiamparino (attuale sindaco di Torino), di altri pezzi grossi del Pd così come dei loro rottamatori (Renzi), né del silenzio assordante di quel Bersani che molti lo vorrebbero come il leader che riporta quel partito nell’area della sinistra.